La Povera Cecilia

Povera Cecilia - erCantastorieLa conoscete la storia della povera Cecilia?

Cecilia, una donna come tante nella Roma papalina, ha il marito in prigione per non meglio specificati motivi. Possiamo ipotizzare fosse un sovversivo, un brigante o qualcosa del genere. Fatto sta che questo marito è imprigionato e condannato alla forca.

Marito in carcere - erCantastorie

Cecilia Capitano - erCantastorieCecilia ama realmente quest’uomo e, tentando il tutto per tutto, chiede una grazia al capitano delle guardie. Egli, furfante approfittatore, le accorda la grazia, ma ad una sola condizione: ella dovrà  concedersi a lui. La nostra, pur di salvare il marito, accetta il ricatto del capitano.

All’alba, Cecilia, si sveglia e dalla finestra vede il più terribile degli spettacoli: il marito è stato impiccato!Marito appeso - erCantastorie

La rabbia l’assale, così come la vergogna. Corre dal capitano, si agita, si arrabbia e lo CeciliaCapitanoammazzato - erCantastorieminaccia. Lui risponde che, se non starà buona, la farà  mettere in galera: “Zitta, Cecilia, zitta, nun dire male de me, sinno le carceri oscure io te farò vede’”. Ma la voglia di vendetta è più forte e Cecilia, tirato fuori un coltello, uccide il capitano.

Colta in flagrante, viene arrestata e condotta nel carcere femminile del San Michele, l’edificio che, da Porta Portese, costeggiava l’allora porto di Ripa grande.

Ceciliacarcere - erCantastorie

La storia di Cecilia, tuttavia, non è tipicamente romana. Ne esistono versioni in ogni regione d’Italia, e persino una in Francia. Si dice risalga ad un’antica ballata medioevale, la cui storia, seppur mantenendosi simile, cambia in qualche dettaglio. In alcune, ad esempio, Cecilia, dubbiosa se cedere o meno al capitano, chiede consiglio al marito, ed è lui stesso ad acconsentire per salvarsi la vita, in altre Cecilia muore di crepacuore alla vista dell’uomo sulla forca.

Qui ho voluto riproporvi la storica versione cantata da Gabriella Ferri e Luisa De Santis. Di seguito trovate il brano completo. Fate attenzione, però: questa canzone può creare dipendenza!

Beatrice Cenci

Beatrice Cenci - erCantastorie

Beatrice Cenci, dai, ‘sto nome l’avrete già sentito!

La povera Beatrice era figlia di Francesco Cenci, discendente di una gens romana piuttosto celebre. Uomo rissoso, famoso per le sue scorribande, collezionò non poche condanne, scampate grazie al patrimonio familiare. Padre dispotico e marito infedele, si dice che avesse persino ucciso la prima moglie per poi sposarsi con la bella Lucrezia Petroni.

Il fattaccio di cui vi vado a parlare avvenne successivamente a questo matrimonio, precisamente nel 1597, quando Francesco, per fuggire alle tante accuse pendenti sulla sua testa, si ritirò nel palazzo di famiglia a Petrella Salto, dove costrinse a vivere la figlia minore Beatrice e la seconda moglie come prigioniere, vittime delle sue angherie.

Fu allora che le due, stremate dai continui atti di violenza, si coalizzarono per uccidere Francesco. Si accordarono, allora, con i fratelli di Beatrice, Giacomo e Bernando, insieme con altri due aiutanti. Dopo diversi tentativi non andati a buon fine, riuscirono ad ammazzare il despota nel sonno, dopo averlo drogato con dell’oppio, trafiggendogli la gola, l’unico punto debole dell’uomo. Egli, infatti, proprio per paura che qualcuno attentasse alla sua vita, usava indossare una maglia d’acciaio. Per sviare eventuali indagini, buttarono il cadavere da una balaustra, cercando di far sembrare le ferite opera dei rami sottostanti. Questi espedienti, tuttavia, non ingannarono le autorità e, dopo un primo periodo di ritrovata serenità, Beatrice venne imprigionata e condannata a morte, insieme agli altri cospiratori. L’esecuzione avvenne l’11 settembre 1599, nella piazza prospiciente Castel Sant’Angelo. La prima a venire giustiziata fu Lucrezia, in seguito toccò a Beatrice. Quest’ultima fu accolta da grida e tumulti da parte del popolo romano, vedendola quasi come un’eroina per aver messo fine alla vita di un signore tanto crudele.

Le sue spoglie furono, allora, raccolte e deposte nella chiesa di San Pietro in Montorio, sul colle Gianicolo. La testa venne appoggiata su un vassoio d’argento, dove rimase fino al 1798, quando dei soldati francesi, durante l’occupazione, profanarono la tomba rubando il vassoio e utilizzando il teschio come pallone.

Leggenda narra che la si possa incontrare nella notte dell’anniversario dell’esecuzione su Ponte Sant’Angelo. La nostra passeggerebbe malinconicamente tenendo ben stretta la propria testa. Non si sa mai, dovessero scambiarla per un Supersantos!

Lo spettro di babbo Francesco, invece, girerebbe col suo cavallo indemoniato attorno alla dimora di famiglia posta sul monte Cenci, tra il ghetto e il lungotevere. Il defunto cercherebbe in ogni modo di rientrare nella magione, ma gli spiriti degli avi glielo impedirebbero, essendosi egli macchiato di atti disdicevoli. Quando la damnatio memoriae da sola non basta…

Mastro Titta

Mastro Titta

Ce lo sapete chi era Mastro Titta? Ma come no! Era er boja de Roma per eccellenza.

Al secolo Giovanni Battista (da cui il diminutivo Titta) Bugatti, iniziò la sua nobile carriera al servizio dello stato Pontificio a soli 17 anni (praticamente un pischelletto), portando a compimento ben 514 condanne nel corso della sua carriera.

All’epoca (si parla dell’Ottocento romano) le esecuzioni erano uno dei maggiori intrattenimenti per il popolo che accorreva da tutta la città  in via dei Cerchi, campo de’ Fiori, piazza del Popolo o piazza di ponte Sant’Angelo. Talvolta questi spettacoli erano utilizzati a scopo didattico dai genitori: lo vedi che te succede si nun fai er bravo.

Non c’è da stupirsi, quindi, che il popolo avesse riguardo e timore nei confronti del povero esecutore.

Mastro Titta, nei momenti d’ozio, svolgeva il mestiere d’ombrellaio (ben prima che questi girassero per i quartieri con altoparlanti la domenica mattina) e, per sicurezza, passava la maggior parte delle giornate chiuso in casa, in vicolo del Campanile 2, nell’allora spina di Borgo. Il nostro aveva il permesso di attraversare il Tevere solo nei giorni delle esecuzioni. Da qui due detti popolari: «Boja nun passa ponte» e «Boja passa ponte», il primo col significato di «stai al tuo posto», il secondo per indicare che un’esecuzione stava per avvenire.

In «Rugantino», celebre commedia musicale di Garinei e Giovannini, viene rappresentato come proprietario d’osteria che, per arrotondare, presta i suoi servigi al papa. Particolare è il suo modo di vedere la missione affidatagli: «Che ammazza’ ‘n omo in nome della giustizia nun è come scanna’ uno all’osteria quanno se sta bevuti… nun c’è rancore. Perché lì ammazzi uno che nun t’ha fatto gnente.». Dall’altra parte, il musical, ci presenta anche un uomo romantico, abbandonato dalla moglie, con la grande necessità  di avere una donna accanto.

Le cronache, pur non smentendo questa personalità  romanzata, ci narrano di un uomo ligio al dovere e particolarmente rispettoso dei condannati, tanto che, al malcapitato di turno, offriva sempre sua sponte l’ultima sigaretta. La sua tenuta di lavoro era la celebre tunica rossa, tutt’ora conservata nel Museo Criminologico di Roma, in Via del Gonfalone, 29 (via Giulia), di cui vi consiglio la visita.

Si dice, inoltre, che in alcune notti lo si possa ancora trovare vagante nella sua uniforme scarlatta. A chi lo incontra offre sempre un po’ di tabacco. Fossi in voi lo prenderei come un ottimo spunto per smettere di fumare.