Mastro Titta

Mastro Titta

Ce lo sapete chi era Mastro Titta? Ma come no! Era er boja de Roma per eccellenza.

Al secolo Giovanni Battista (da cui il diminutivo Titta) Bugatti, iniziò la sua nobile carriera al servizio dello stato Pontificio a soli 17 anni (praticamente un pischelletto), portando a compimento ben 514 condanne nel corso della sua carriera.

All’epoca (si parla dell’Ottocento romano) le esecuzioni erano uno dei maggiori intrattenimenti per il popolo che accorreva da tutta la città  in via dei Cerchi, campo de’ Fiori, piazza del Popolo o piazza di ponte Sant’Angelo. Talvolta questi spettacoli erano utilizzati a scopo didattico dai genitori: lo vedi che te succede si nun fai er bravo.

Non c’è da stupirsi, quindi, che il popolo avesse riguardo e timore nei confronti del povero esecutore.

Mastro Titta, nei momenti d’ozio, svolgeva il mestiere d’ombrellaio (ben prima che questi girassero per i quartieri con altoparlanti la domenica mattina) e, per sicurezza, passava la maggior parte delle giornate chiuso in casa, in vicolo del Campanile 2, nell’allora spina di Borgo. Il nostro aveva il permesso di attraversare il Tevere solo nei giorni delle esecuzioni. Da qui due detti popolari: «Boja nun passa ponte» e «Boja passa ponte», il primo col significato di «stai al tuo posto», il secondo per indicare che un’esecuzione stava per avvenire.

In «Rugantino», celebre commedia musicale di Garinei e Giovannini, viene rappresentato come proprietario d’osteria che, per arrotondare, presta i suoi servigi al papa. Particolare è il suo modo di vedere la missione affidatagli: «Che ammazza’ ‘n omo in nome della giustizia nun è come scanna’ uno all’osteria quanno se sta bevuti… nun c’è rancore. Perché lì ammazzi uno che nun t’ha fatto gnente.». Dall’altra parte, il musical, ci presenta anche un uomo romantico, abbandonato dalla moglie, con la grande necessità  di avere una donna accanto.

Le cronache, pur non smentendo questa personalità  romanzata, ci narrano di un uomo ligio al dovere e particolarmente rispettoso dei condannati, tanto che, al malcapitato di turno, offriva sempre sua sponte l’ultima sigaretta. La sua tenuta di lavoro era la celebre tunica rossa, tutt’ora conservata nel Museo Criminologico di Roma, in Via del Gonfalone, 29 (via Giulia), di cui vi consiglio la visita.

Si dice, inoltre, che in alcune notti lo si possa ancora trovare vagante nella sua uniforme scarlatta. A chi lo incontra offre sempre un po’ di tabacco. Fossi in voi lo prenderei come un ottimo spunto per smettere di fumare.

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